Venerdì, 12 Luglio 2024
Documedialità. Una ragion pratica per il web

Ci sono volute un po’ di generazioni di galline per imparare a non finire sotto le automobili. Ecco il senso minimale di ciò che intendo con “ragion pratica per il web”. Le galline finivano sotto le automobili perché le scambiavano per carrozze. Poi, sono evolute tanto le galline quanto le automobili, che hanno cessato da mezzo secolo di diventare più veloci. Sono diventate più sicure, più silenziose, più ecologiche. Hanno incorporato, cioè, delle valutazioni dei rischi e dei principi di responsabilità. Per il web nulla di questo è stato ancora fatto, tranne una focalizzazione sulla privacy che viene contestata nei fatti dalla facilità con cui gli esseri umani rinunciano alla privacy nei social network. Dunque, che cosa è il web? E che cosa dobbiamo fare nel web? Provo non a rispondere, ma a definire il campo e la sua complessità, attraverso sei dilemmi.

Virtuale o reale?
 
Il web è la virtualizzazione del mondo, una second life artificiale e liquida, o la creazione di una realtà aumentata, più dura, aggressiva e kafkiana di quella predigitale? Tutto quello che sperimentiamo del web depone per il secondo corno dell’alternativa. Le nostre parole sui social media, le nostre interazioni sul web, diventano solide come alberi o sedie, e diviene vitale una presa di coscienza di questa circostanza. Non c’è niente di più reale del web, e proprio da questo deriva il suo potere.
 
Nella calma di agosto si è letto un articolo in cui si sosteneva che il grande dittatore, Putin, disporrebbe di un apparato diabolico, il Nooskop, capace di scrutare nelle anime dei suoi sudditi: “una specie di computer collegato a sensori di diverso tipo che registrano tutto quello che è successo nel tempo e nello spazio, fino alle transazioni delle carte di credito e agli scambi di ogni genere tra persone”. Che perversità, che malizia: ma perché una specie di computer? E perché chiamare “Nooskop” quello che c’è già, e si chiama Web?
 
Appunto, ma che cosa è il Web? Pensiamo di conoscere il web, ma il più delle volte lo confondiamo con cose che semplicemente gli assomigliano, per esempio con la televisione. È evidente che se non capiamo di che cosa si tratta, difficilmente riusciremo a dominarlo, e a sviluppare quella che costituisce l’urgenza fondamentale della nostra epoca, cioè appunto una ragion pratica per il web, un modo per gestirlo non semplicemente in negativo (controllo, privacy ecc.), ma in positivo, facendone uno strumento di quella tecnica così complicata che è la libertà.
 
Contraddicendo l’ipotesi della virtualità, il web si presenta come un medium che è insieme produttore ma di realtà sociale. Il Nooskop, o Web che dir si voglia, è l’assoluto, letteralmente: con ciò che è ab-solutus, che non ha legami. Il web è una rete che lega tutto e che non è legata a nulla – tranne, e non è un dettaglio, alla rete elettrica. Ma non c’è assoluto che non abbia a sua volta dei vincoli tecnici, si pensi alle dispute trinitarie o ai problemi della dialettica hegeliana.
 
Dunque, e sia pure con il suoi legami pericolosi con la rete elettrica, il Web è l’assoluto: il sapere assoluto, sul mondo e su noi stessi (conosce le nostre abitudini e i nostri pensieri meglio di noi), il non-sapere assoluto (quante scemenze sul web…), il potere assoluto (fuori del web non c’è potere economico, politico o militare), e anche il dovere assoluto, l’imperativo categorico.
 
Comunicazione o registrazione?
 
Prima che comunicazione (come suggerisce l’analogia ingannevole con la televisione), il web produce registrazione: genera dei documenti, fa delle cose e ne fa fare delle altre, sulla base della responsabilizzazione che viene dagli ordini scritti. La funzione essenziale del web consiste nel comunicare dei fatti, come spesso si crede, o nel registrare degli atti, e anzitutto quelli di chi riceve, scrive, naviga (e ora cammina o respira, con le nuove applicazioni)? Come ho detto, in molti lo consideriamo una super-televisione, facendoci trarre in inganno dal fatto che nei due casi c’è uno schermo; ma non si considera che c’è anche una tastiera, e una memoria, e che la differenza è tutta lì: non si tratta di uno strumento passivo di comunicazione, ma di uno strumento attivo di registrazione, di un archivio, di un sistema di costruzione della realtà sociale e di mobilitazione della intenzionalità individuale e collettiva.
 
Comprendere il web è molto più che una semplice indagine sugli strumenti del comunicare. Basti dire che la globalizzazione non dipende dai jet, ma dalla scrittura, una tecnica più vecchia delle piramidi ma che è la sola che permette di trasferire non oggetti fisici, ma oggetti sociali, come il denaro, le leggi, le politiche e le identità. Ma non solo: la scrittura, e la registrazione in generale, compie un miracolo, quello di costruire gli oggetti sociali (verba volant, scripta manent). Attraverso il web, possiamo capire la vera natura dell’azione e della realtà sociale, che non può prescindere dal possesso di iscrizioni e di registrazioni, di archivi e di documenti, e da quella tecnica delle tecniche che è la scrittura. La recente e imprevista esplosione della scrittura rivela la natura profonda della realtà sociale, che è composta da documenti, suggerendo che il potere, che Foucault definiva come “governamentalità”, va meglio specificato come “documentalità”.
 
Senza documentalità ci sono alberi e sedie ma non matrimoni o titoli nobiliari, crisi economiche o premi Nobel. È così da sempre, ed è per questo che documenti, monumenti e riti sono così importanti. La novità è che il Web porta alla luce del sole ciò che in altri tempi era un arcanum imperii. Chiamo questa situazione “documedialità” (documentalità + medialità), la condizione emersa con la diffusione capillare del web, e di cui non abbiamo ancora preso le misure: è tra noi, ma non si sa che cos’è, e si pensa magari che sia il Nooskop di uno scienziato pazzo.
 
Costruzione o Emergenza?
 
Nulla è più fuorviante, del resto, della ipotesi dello scienziato pazzo. Il web (come il Capitale, il Potere ecc.) non è qualcosa che viene costruito, magari da un grande fratello, bensì emerge, come sempre avviene nella tecnica, senza una progettualità specifica, e si impone con una logica autonoma (una logica che certo poi può essere sfruttata da piccoli fratelli, i vari Zuckerberg che vengono accolti chissà perché con onori di stato).
 
Prima che trasparenza, il web manifesta opacità, che è poi il carattere proprio della realtà sociale – il che d’altra parte suggerisce che non c’è credenza più ingannevole del fare del web un vessillo di immediata trasparenza. Proprio questa illusione ha generato l’idea che il web sia una intelligenza collettiva. In fondo, che cosa siamo noi umani se non animali razionali? Dunque il nostro super-prodotto deve essere un super-cervello, un general intellect trasparente e autocosciente. No, non è così: la società, che ci è così vicina, è oscura e imprevedibile, e lo stesso vale per il web
 
Come la società, il web è infatti emergenza prima che costruzione. Nessuno l’ha progettato per come è. È emerso come una balena o cresciuto come l’edera. Questa circostanza è sotto i nostri occhi. Chi ha progettato i primi personal computer non prevedeva in alcun modo che avrebbero trasformato la vita dell’umanità e chi ha inserito la possibilità di scrivere testi nei cellulari non avrebbe mai pensato che la maggior parte del traffico telefonico sarebbe avvenuta per iscritto. Per questo una parola-chiave per capire il web è “emergenza” – non nel senso delle uscite d’emergenza, ma in quello per cui il progetto, l’intenzionalità, la costruzione emergono dal mondo – naturale, sociale e, in questo caso, tecnologico.
 
Emergendo, il web ha rivelato l’umano a se stesso, come sempre fa la tecnica. Quarant’anni fa si sono spesi moltissimi soldi sull’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di realizzare delle macchine capaci di tradurre da una lingua all’altra. È stato un fiasco clamoroso e non si è ottenuto niente. Poi, quando tutti avevano rinunciato, il web (che all’epoca dell’intelligenza artificiale nessuno prevedeva) ha messo a disposizione un corpus di testi così vasto che realizza traduzioni impressionantemente buone. Ma la via è inversa rispetto al pensato: non dall’alto in basso, dai principi alle traduzioni, ma dal basso in alto: da un corpus di traduzioni ad altre traduzioni. Soprattutto, questa vicenda ha illustrato come meglio non si potrebbe i poteri dell’archivio, la forza costruttiva di una funzione apparentemente solo passiva, la registrazione.
 
Questo non vale solo per le macchine per la traduzione. Anche il mondo sociale, gli usi e i significati non nascono dall’intenzionalità e dal contratto sociale, ma dalla tecnica. Questa circostanza ribadisce la prossimità tra il web e la società: il fatto che, in ultima analisi, siano fatti della stessa stoffa. Proprio perché non è soggetta a una costruzione o a una intenzionalità fondamentale, tecnica e società sono imprevedibili. Mezzo secolo fa si pensava che gli umani avrebbero adoperato per i loro spostamenti degli scooter volanti. Adesso viaggiamo in treno, si ripristinano i tram, si incoraggiano le biciclette, in cielo volano soltanto dei droni (che nessuno aveva previsto), non ci importa più niente di andare sulla luna, è onnipresente l’e-mail, che cinquant’anni fa sarebbe stato inimmaginabile, così come sarebbero stati inimmaginabili gli smartphone o i tablet.
 
Il futuro è sempre imprevedibile, e per ragioni necessarie e non contingenti, visto che non è il frutto dei progetti umani. È l’emergenza di qualcosa che ci coglie alla sprovvista, e che si lascia dietro un’infinità di oggetti e di progetti che non hanno avuto seguito e sono stati abbandonati anche se sulla carta sembravano destinati a impossessarsi dell’avvenire. E invece restano lì, abbandonati e, retrospettivamente, assurdi: cerchi per hula hop e navi spaziali, apparecchi per la filodiffusione e computer francesi conhulanessi alla rete del minitel, diete in pillole che parevano destinate a rendere ancora più veloce la nostra alimentazione, mentre, imprevisto come al solito, si è imposto lo slow food.
 
Comprensione o Mobilitazione?
 
Dai nuovi media ci si attendeva emancipazione dal lavoro, o almeno dalla ripetitività. Quest’ultima la si è avuta, ma, in cambio, si è prodotta una mobilitazione totale delle risorse umane, una mobilitazione che va al di là dello stesso utile economico, e che dunque ci impone un ripensamento della natura umana, alla luce della crescente necessità di riconoscimento e al non meno crescente peso di responsabilità che si manifesta attraverso la mobilitazione documentale. Lo spostamento e la trasformazione che ha avuto luogo ricorda il rafforzamento di un potere e di una azione. L’analogia più stringente è la trasformazione dei poteri così come è stata descritta da Carl Schmitt in Terra e mare. Dopo il passaggio da un potere fluviale a un mare interno al mare aperto di cui Schmitt descrive le fasi, abbiamo un evento imprevisto: il mare aperto e la terra sono ora sottoposte a un unico nomos, il web.
 
Altro caso di previsione sbagliata. Sono infatti trascorsi esattamente vent’anni da quando il filosofo Pierre Lévy ha definito il Web lo spazio di una intelligenza collettiva. È facile la battuta che opponesse che quello che si è visto richiama piuttosto una imbecillità di massa, ma il punto non è questo. Nel migliore dei casi, il web ricorda la biblioteca di Babele, non un’anima del mondo. Ossia, non è una coscienza, bensì un apparato di documenti che induce a compiere certe azioni. Pensare al web come a una intelligenza collettiva rientra in una serie di equivoci sistematici: ritenere che il web sia essenzialmente comunicazione, che produca comprensione, sia fonte quasi spontanea di trasparenza, e soprattutto che costituisca un veicolo di liberazione.
 
Il web è anzitutto un medium di mobilitazione. Non ha niente a che fare, in prima istanza, con qualche forma di libertà. Al contrario, alimenta una servitù volontaria, e genera una microfisica del potere di cui non si sono ancora riconosciuti i confini.  Infatti, la registrazione non comporta necessariamente comprensione, è responsabilizzazione e mobilitazione. Si segue la regola prima di capire, e proprio attraverso la responsabilizzazione il web acquisisce un potere che sta alla base dell’autorità delle compagnie del web rispetto agli stati tradizionali.
 
Infatti, se c’è una cosa che il web ha rivelato meglio di qualunque altro evento storico o apparato tecnico è che noi siamo animali mobilitati, sottomessi e disposti ad agire a comando, e senza capire il perché. E che agire è per noi il valore fondamentale (che cosa, se non un bisogno fondamentale di azione e di riconoscimento, può spingere a postare gratuitamente dei contenuti sui social, magari con risultati catastrofici?). Questa non è una alienazione, un evento che trasforma l’animale razionale che noi siamo in una animale mobilitato, bensì appunto una rivelazione: credevamo che all’inizio ci fosse il pensiero, mentre all’inizio c’è l’azione.
 
Siamo continuamente stimolati ad agire, a fare cose (nel caso minimo, a rispondere). Il web è il solo apparato che può spingere qualcuno a lavorare dovunque e a qualunque ora, e magari, come spesso accade, a farlo gratuitamente, per esempio alimentando i social network o dando, attraverso la propria attività in rete, informazioni su di sé utili a terzi. Perché è impossibile non rispondere all’appello? Come funziona il comando? Per responsabilizzazione: hai ricevuto il mio messaggio, so che lo hai ricevuto (specie se hai whatsapp), tutto è registrato, bisogna che tu risponda altrimenti è come se tu distogliessi lo sguardo dal volto dell’altro. Per ritorsione: se non mi rispondi, la prossima volta che mi cerchi non rispondo, e alla lunga sarà la morte civile. Per minaccia: se non mi rispondi, ci sono decine (centinaia, migliaia) di altri che risponderanno al tuo posto. La base di questi atteggiamenti è la registrazione. All’epoca del fisso, le chiamate non lasciavano traccia, adesso ognuna lascia traccia, e in gran parte sono scritte – non ci sono scuse, siamo colpevoli.
 
Alienazione o Rivelazione?
 
Il web non è una delle tante presunte alienazioni che si abbatterebbero su una umanità (quasi) perfetta: è la rivelazione della nostra vera natura, bisognosa di tecnica, dipendente, molto meno libera e molto più sottomessa di quando non siamo disposti ad ammettere. Nessuno ha previsto gli sviluppi della ruota, del fuoco, della scrittura o del web, ma ognuna di queste tecniche ha aiutato la cultura a rispondere alla domanda: che cosa è l’uomo? E questa consapevolezza ha insegnato a quell’altra tecnica che è la libertà a rispondere, con l’azione politica e con la decisione morale, agli imperativi di altre tecniche, che sono tassativi solo per chi (in genere, per mancanza di cultura) pretende che lo siano.
 
Ci riveliamo animali bisognosi di tecnica, e prontissimi a scambiare una libertà immaginaria con una sicurezza e un conforto reali. Niente è più falso della sentenza di Heidegger secondo cui solo l’uomo ha un mondo, mentre l’animale sarebbe povero di mondo. Solo gli umani, per esempio, sanno, e fin troppo bene, che cosa sia la povertà materiale e soprattutto solo gli umani sperimentano, in loro e nel loro prossimo, la povertà di spirito, e se “avere un mondo” ha un senso qualsiasi, questo si rivela nella povertà piuttosto che nella ricchezza. Quando Nietzsche definisce, a ragione, l’umano come l’animale non ancora stabilizzato coglie con esattezza questa circostanza.
 
Come scrive Schelling nella sua sentenza più famosa, “l’angoscia della vita strappa l’uomo dal centro, in cui fu creato”. Da quel momento, la scimmia si scopre non solo nuda (che sarebbe il meno), ma imbecille (in-baculum, mancanza di bastone, assenza di tecnica), tanto è vero che la foglia di fico e il desiderio di istruzione vanno di pari passo nella rivelazione edenica, e non ci abbandonano più. Il bastone è la più rudimentale delle tecnologie, ma lo smartphone è il più sofisticato dei bastoni. Se le cose stanno così, bisogna capovolgere la prospettiva: solo l’uomo è povero di mondo e proprio per questo ha bisogno di tecnica, e anzitutto di quelle tecniche capitali che sono la cultura e le libertà, cioè appunto la ragion pratica.
 
La speranza va riposta, molto più che nel progresso della tecnica, nel progresso intellettuale dei suoi utenti, ovviamente favorito dalla tecnica come è sempre stato, dai tempi del fuoco e della ruota. Baudelaire diceva che il vero progresso consiste nell’allontanarsi dalle tracce del peccato originale, e c’è un senso in cui aveva ragione: non dobbiamo temere il progresso, dobbiamo auspicarlo più di ogni cosa, perché siamo enormemente imperfetti, e mi fanno sorridere quelli che deprecano la tecnica che ci aliena: pensate all’umano allo stato di natura, è difficile immaginare un essere più fragile, stupido, alienato e violento.
 
Sottomissione o emancipazione?
 
Proprio questo dobbiamo cercare attraverso una analisi pensante del web che parta dall’ipotesi che la rete rivela la nostra imbecillità  ma al tempo stesso è il bastone che permette di raddrizzare il “legno storto dell’umanità”,  sviluppando quella tecnica particolarmente complicata che è la libertà.Il richiamo all’emergenza e alla tecnica non significa infatti, come avveniva nel Novecento, rassegnazione. La novità e l’esemplarità di una azione singolare sono sempre possibili, e in effetti hanno luogo. Solo bisogna essere consapevoli della singolarità di queste azioni, che investono responsabilità individuali, e superare l’animismo incline a imputare i mali dell’umanità a entità numinose e spesso astratte come il Mercato, l’Europa, il Capitale.
 
Di qui l’esigenza, anzitutto per il Web, di una basilikè téchne (la tecnica politica che cerca il meglio per la società) per esprimersi con Platone, e di una educazione della volontà, come diceva Kant. Cioè appunto di una ragion pratica. Che siano tecniche lo si capisce dal fatto che richiedono esercizio, abilità, istituzioni e fatica: cultura e libertà non scendono dal cielo. Che siano capitali dipende dalla circostanza per cui cultura e libertà sono le uniche capaci di uno sviluppo riflessivo.
 
Sembra ovvio ma non è così: basti considerare che la tecnica sembra riassumersi ancor oggi, nei programmi di insegnamento, nella trinità Inglese-Internet-Impresa, e che la riflessione più critica si limita (lo rivela benissimo lo sgomento per  il Nooskop) a richieste di tutela della privacy. Ma la tecnica non è solo (per fortuna) una nuova lingua sacra in cui manifestare azioni di cui non si capisce il senso, né la libertà può consistere nella libertà puramente negativa del non lasciare tracce, del diritto all’oblio. Sarebbe impotenza e in molti casi ingiustizia (se non fossero rimaste tracce della Shoah ci sarebbe stata una Shoah supplementare, che del resto rientrava nei progetti della soluzione finale).
 
La tecnica può anche essere cultura, e la cultura è ragion pratica, cioè educazione alla azione libera. Non è erudizione (il Web ci ha mostrato quanto poco sia necessario per essere eruditi!), è il tentativo di capire il presente e di trasformarlo, anzitutto guardando all’umano senza farsi troppe illusioni. È proprio di qui che si deve partire, per rilanciare la cultura che, ripeto, non è il contrario della tecnica, ma è la tecnica in senso eminente, ed è anche l’unica tecnica che può, in linea di principio, essere guidata da una ragion pratica – dove “pratico” va inteso in senso kantiano: ciò che è possibile attraverso la libertà, una libertà che è a sua volta una tecnica, la più difficile.

(*) Professore ordinario di filosofia teoretica presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino. Presso l’ateneo torinese dirige il CTAO (Centro interuniversitario di Ontologia Teorica e Applicata) e il LabOnt (Laboratorio di Ontologia) di cui è stato Direttore dal 1999 al 2015 e di cui è Presidente dal 2016.