Venerdì, 12 Luglio 2024
Il 2017 ha registrato una vera e propria ‘esplosione’ di interesse per il mondo delle criptovalute.
Ad oggi se ne contano più di 1.500 (fonte: https://coinmarketcap.com/all/views/all/) sebbene non tutte siano effettivamente utilizzate su larga scala.
Ma cosa sono le criptovalute? E soprattutto, a cosa servono?
 
In principio erano i Bitcoin


Tutto ha avuto inizio con i Bitcoin, che sono ormai sulla bocca di tutti, ma pochi sanno ancora effettivamente cosa siano.
Questa frase, apparentemente provocatoria, fotografa in realtà il vivace dibattito che si è sviluppato intorno a questa tecnologia.
Se partissimo dalle stesse definizioni fornite dall’ignoto creatore dei bitcoin, Satoshi Nakamoto (https://bitcoin.org/bitcoin.pdf), dovremmo definire i Bitcoin come “una versione puramente peer-to-peer (da pari a pari, n.d.a.) di denaro elettronico (che) consentirebbe di inviare pagamenti online direttamente da una parte all’altra senza passare attraverso un istituto finanziario.”. Insomma: uno strumento di pagamento; una moneta.
Invero non mancano voci discordi di coloro che, analizzando le caratteristiche dei Bitcoin (http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-01-15/bitcoin-perche-non-e-moneta-vero-valore-blockchain-155334.shtml?uuid=AEYilviD), ne hanno negato l’attitudine a fungere da moneta, attribuendo ai Bitcoin caratteristiche più simili a quelle dell’oro; uno strumento cioè che è passato dalla funzione di “mezzo di pagamento” a quella di “riserva di valore”.
 
Ma allora i Bitcoin cosa sono?


L’unica definizione che mi sento di dare dei Bitcoin è la seguente: i Bitcoin sono la prima entità nativa digitale spendibile, ma ‘di fatto’ non duplicabile.
È esperienza comune che tutto, nel mondo digitale, è potenzialmente duplicabile all’infinito. Lo sono le e-mail che spediamo quotidianamente, di cui infatti esiste un esemplare nel nostro computer nella posta inviata, ma anche una copia che ovviamente viene trasmessa al destinatario, il quale a sua volta la può scaricare più volte (sul computer, sul tablet, sullo smartphone); per non parlare poi dei vari provider di posta che potrebbero conservarne una o più copie su cloud, e potrei continuare.
Ma banalmente basta immaginare a quante infinite volte è possibile (tramite la nota funzione del copia/incolla) duplicare un file sul nostro computer: in varie cartelle, su CD, su chiavette USB, su dischi esterni, sul cloud, su più di un cloud.
Insomma, mentre nel mondo analogico la duplicazione è un processo assai complicato e in taluni casi impossibile o estremamente difficile (si pensi alla difficoltà nella realizzazione di banconote false), nel mondo digitale la duplicazione di un file in una entità assolutamente identica è alla portata di tutti.
I Bitcoin si pongono, invece, in controtendenza e sono il primo caso noto di risorsa/asset digitale ‘di fatto’ non duplicabile.
 
Bitcoin e Blockchain


La tecnologia che conferisce ai Bitcoin questa caratteristica di ‘non duplicabilità’ (e che quindi consente di evitare che uno stesso Bitcoin venga trasferito contemporaneamente due volte) è la tecnologia della block chain (o ‘blockchain’, come ormai è consueto chiamarla): un registro che conserva in una struttura a catena tutte le transazioni che avvengono sulla rete, e la cui validazione (altro elemento essenziale) avviene attraverso un ‘gioco matematico’, una competizione informatica che coinvolge tutti i nodi connessi e che viene chiamata ‘proof of work’.
Violare questo sistema di sicurezza (o, semplificando, potremmo dire: ‘barare’ nella risoluzione del predetto gioco matematico) non è astrattamente impossibile, ma è in concreto talmente difficile da realizzare, che lo sforzo economico a ciò necessario sarebbe enormemente maggiore rispetto al risultato che se ne otterrebbe.
Secondo i suoi sostenitori ciò fa della rete Bitcoin e della blockchain una tecnologia sicura anche senza la presenza di una ‘autorità’ di garanzia.
Ovviamente non è tutto oro ciò che riluce, e abbiamo già analizzato i limiti di questa tecnologia in un precedente intervento (http://www.infonews.notartel.it/opencms/infonews/articoli/n2-2016/n2_2016_comefareper_blockchain.html?hn=2&hd=1467272460000&categoria=Come%20fare%20per%20…&indice_cat=2).
 
 
Dai Bitcoin alle criptovalute


Una simile tecnologia ha affascinato il mondo a tal punto che in molti hanno pensato e pensano tutt’ora di poterla applicare ai più disparati settori.
Si assiste pertanto, quasi quotidianamente, all’avvento di proposte, progetti e sperimentazioni basate sulla tecnologia blockchain, talune delle quali – in verità – ne riprendono solo il nome, apportando infatti a tale tecnologia tanti e tali correttivi, da finire per creare un sistema del tutto diverso da quello originario (e talvolta al tempo stesso per nulla diverso dai sistemi già oggi in uso).
L’ostacolo maggiore è rappresentato dal collegamento tra il mondo reale e quello virtuale.
I Bitcoin infatti (e la relativa tecnologia blockchain) operano unicamente sul piano virtuale (digitale). La transazione avviene in ambiente digitale, e il bene trasferito è parimenti all’interno del medesimo ambiente, sempre digitale.
In pratica, come già detto, i Bitcoin sono un asset ‘nativo digitale’.
I problemi nascono, invece, quando i registri della blockchain devono tracciare transazioni che avvengono nel mondo fisico, il cui collegamento non può essere ovviamente ‘autogarantito’ dalla blockchain.
La prova di ciò è il fatto che i primi tentativi di maggior successo di utilizzo della tecnologia blockchain, al di fuori dei Bitcoin, sono tutti esempi di piattaforme che – in realtà – replicano (seppure con maggiori e differenti funzionalità) la medesima struttura dei Bitcoin: una piattaforma appositamente creata per un certo scopo, all’interno della quale viene scambiata una ‘valuta’ appositamente creata per tale scopo.
Nascono in questo modo le criptovalute.
  
Le criptovalute e le ICO


Le criptovalute vengono lanciate sul mercato – di norma – tramite una ICO (Initial Coin Offering). L’invenzione teorica delle ICO si deve ad un ingegnere di nome J.R. Willett, il quale nel 2013 pubblicò un contributo (che prese il nome di “The Second Bitcoin White Paper”) nel quale scrisse: “Noi sosteniamo che la rete bitcoin esistente possa essere utilizzata come un livello di protocollo, al di sopra del quale possono essere costruiti nuovi livelli di valuta con nuove regole. Inoltre, affermiamo che i nuovi livelli di protocollo forniranno fondi iniziali per assumere gli sviluppatori per scrivere il software che implementa i nuovi livelli di protocollo, ricompensando economicamente i primi utilizzatori del nuovo protocollo.”
Le ICO si presentano, insomma, come nuovi sistemi di raccolta di finanziamento da parte di start up (e corrispondenti nuove forme di investimento per gli investitori) che possono essere sviluppate velocemente, con relativamente poco sforzo e una quasi totale assenza di tassazione, ma con una altrettanto assente regolamentazione e – quindi – mancanza di tutela per l’investitore.
Si tratta per lo più di progetti per il cui finanziamento le società interessate emettono in anticipo una determinata quantità di ‘valuta’ digitale che poi sarà utilizzata all’interno del progetto, e la mettono in vendita a una cifra predeterminata prima ancora di lanciare il progetto stesso (o spesso ancor prima di realizzarlo).
Queste startup, con la vendita di tale ‘valuta’, mirano ad ottenere il finanziamento voluto, mentre, dall’altra parte, l’investitore mira ad ottenere un guadagno, consistente: o nella possibilità di accedere al servizio offerto dal progetto (disponendo già della criptomoneta necessaria) a una cifra (prezzo di vendita della ICO) inferiore rispetto a quello che sarà il prezzo finale del servizio, oppure mira semplicemente a guadagnare sulla plusvalenza che maturerà tra il valore di pre-acquisto della nuova valuta digitale, rispetto a quello che tale valuta avrà nel tempo se il progetto, una volta realizzato, avrà successo.
Il primo esempio di ICO è Ethereum. A metà del 2014, per opera della Ethereum Foundation, una certa quantità di valuta denominata ‘ETHER’ è stata emessa al prezzo di 0,0005 Bitcoin per ciascun Ether. La fondazione ricevette il controvalore di ben 20 milioni di dollari, diventando in quell’occasione uno degli eventi di crowdfunding più grandi di sempre.
Oggi il tasso di ‘cambio’ Ether/Bitcoin è pari a 0,103995, con un aumento di valore di circa il 20.800% in pochi anni (se parametrato ai Bitcoin), ancor più se parametro al Dollaro.
 
I rischi


Da quanto detto sopra, appare tuttavia evidente che tutte le nuove criptomonete che si stanno affacciando nel mondo digitale (e non solo) nascono da iniziative che partono con Initial Coin Offerings (ICO) o sistemi analoghi con il solo scopo evidente di bypassare i rigorosi e regolamentati processi di raccolta fondi che invece sono richiesti dai venture capitalists come anche dalle banche.
I rischi di forme di finanziamento cd. “decentralizzati” che non prevedono forme di autorità centralizzate sono già stati ben evidenziati (https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/bitcoin-tutti-rischi-struttura-decentralizzata).
In un simile contesto distinguere un progetto reale da una truffa risulta estremamente difficile se non addirittura impossibile, richiedendo capacità di indagine e conoscenze non comuni, rendendo questa forma di ‘investimento’ altamente rischiosa.