Venerdì, 12 Luglio 2024

Rosario Cerra

Per il Libro Bianco sull’Economia Digitale realizzato dal CED gli investimenti nelle nuove tecnologie digitali dovranno concentrarsi sulla cybersecurity e sull’intelligenza artificiale. Una narrativa ormai consolidata racconta che le nuove tecnologie sostituiranno parti del lavoro umano e che questo andrà a ricollocarsi su nuove funzioni. Qual è il suo punto di vista relativamente al mondo delle professioni intellettuali? Vede più rischi o più opportunità?

Nelle transizioni verso una nuova economia, come quella che stiamo pienamente vivendo grazie alla “rivoluzione digitale”, classicamente si sovrastima l’impatto a breve ma si sottostima quello a lungo periodo. Le opportunità oggi sono certamente maggiori dei rischi, i quali si possono riassumere in un solo concetto: inerzia. Il tema per il mondo delle professioni intellettuali è, infatti, quello della partecipazione attiva, qualificata e autorevole a questi cambiamenti perché è chiaro che “o si è intorno al tavolo o si è sul menu”.

Le tecnologie digitali offrono grandi opportunità ma occorre comprenderne la logica, che è esponenziale piuttosto che incrementale, e che richiede di concentrarsi sui perché piuttosto che sui come. Si tratta di non applicare tecnologie nuove a processi vecchi.

È certamente una sfida rilevante per i sistemi a intelligenza diffusa e collettiva, qual è il mondo professionale, ma lo è in tutti i campi. Costruire competenze, organizzazioni efficaci e istituzioni adatte all’economia digitale e sostenibile è la grande sfida del nostro tempo.

Nel prossimo futuro una particolare attenzione meriteranno gli scenari basati su tecnologie che vanno affermandosi, quali le Blockchain e gli smart contract. Tuttavia, sembra ancora mancare la rassicurazione che questi sviluppi tecnologici e le loro applicazioni siano in grado di garantire un’adeguata tutela del contraente debole. Si tratta di limiti tecnici ancora da superare o piuttosto di una resistenza culturale al cambiamento?

La Blockchain si sta evolvendo per essere una piattaforma sicura e affidabile per la condivisione dei dati in aree di applicazione come il settore finanziario, le supply chain, l’industria alimentare, il settore energetico, l’internet delle cose e la sanità.

Se andiamo sul concreto possiamo poi osservare, ad esempio, come l’applicazione degli smart contract nella gestione della supply chain abbia generalmente migliorato la trasparenza, la tracciabilità e l’efficienza della catena di approvvigionamento, permettendole di essere più agile e rafforzando le relazioni tra le parti interessate. Nello specifico si può, tra l’altro, determinare la provenienza delle merci, tracciarne la catena di custodia, eseguire automaticamente il pagamento al soddisfacimento dei criteri e mantenere un database aperto delle parti interessate con un punteggio che indica la loro reputazione.

La premessa a tutto questo è che le organizzazioni devono essere, o rapidamente divenire, ricettive verso una cultura più aperta e trasparente, e gli standard e i regolamenti devono tenere il passo con la crescita della tecnologia. Solo così la tutela sarà adeguata per tutti, a partire dai contraenti deboli.

In queste dinamiche vi è un enorme spazio di azione qualificata per il mondo delle professioni intellettuali, verso il miglioramento della qualità delle transazioni e nell’espansione dell’offerta di servizi aggiuntivi. Sarà impossibile, infatti, formare un ‘unico sistema omogeneo’ basato su blockchain associato esclusivamente ai principi di decentralizzazione, trasparenza e apertura. I sistemi basati su blockchain saranno di natura ibrida e conflittuale, combinando elementi di diverse logiche: legge normativa e algoritmica, Contratti Ricardiani e Smart, sistemi privati e pubblici, incontrollabilità e arbitrato.

Secondo l’ultimo Rapporto CensisTim, il 75% della popolazione adulta nel 2020 ha utilizzato Internet con regolarità. Un livello fino a pochi anni fa considerabile soddisfacente ma oggi non più. L’emergenza sanitaria dovuta al Covid può aver rappresentato uno stimolo alla digitalizzazione o rischia invece di aver aumentato la profondità del digital gap in un’economia che sta spingendo sempre di più a svolgere attività senza la presenza fisica?

Sono vere entrambe in realtà.

In Italia, purtroppo, viviamo un presente eccezionale a causa della pandemia: il tempo dell’ipercompressione. Da una parte il passato ha portato al pettine tutti i nodi irrisolti o sbagliati negli ultimi decenni, costringendoci ad affrontarli in contemporanea, e dall’altra il futuro ha accelerato imponendoci di prendere piena consapevolezza della portata e della velocità della rivoluzione tecnologica, nonché dell’eterogeneità dei suoi effetti. Di conseguenza occorre prontamente trovare le risorse, non solo economiche, per riuscire a far ‘ripartire’ il sistema economico e sociale.

Per noi occidentali, e italiani in particolar modo, la rivoluzione digitale non riguarda solo la tecnologia o il business ma soprattutto la società e la sua forma di stato liberale. Abbiamo già vissuto due forme di populismo globale, nato come il risultato di una crisi della mediazione politica e culturale: uno a causa di una globalizzazione non sempre governata e uno a causa di una gestione dei fenomeni migratori in cui il coordinamento sovranazionale e la solidarietà tra le nazioni non sono sembrati all’altezza. Esiste il concreto rischio, se non colmeremo rapidamente il gap, di avere in futuro un terzo populismo, quello verso l’innovazione tecnologica.

Per questo la politica, che non può certo gestire la velocità dei cambiamenti, per esempio dell’innovazione tecnologica, è chiamata tuttavia a determinare la bontà della loro direzione. Essa non ha i piedi sul freno o sull’acceleratore, ma le mani sul volante, e il digitale non va vissuto come un punto in un’agenda politica, ma come un’agenda politica a sé stante. Il digitale, infatti, non è un’ennesima sfida come le altre, non fa parte della gerarchia dei problemi da affrontare, ma è al vertice della concatenazione delle soluzioni, perché risolvendo la sfida del digitale riusciremo a semplificare tutte le altre.

Una politica moderna dovrebbe, intelligentemente, riposizionarsi nell’ottica della rivoluzione digitale in corso per affrontare, suo tramite, più concretamente le disuguaglianze e le opportunità. Si tratta di sostenere e mettere al centro del dibattito e dell’agire, come utilizzare l’innovazione digitale per migliorare la sanità, l’istruzione, la giustizia, la burocrazia, la sicurezza personale e nazionale, i trasporti e gli altri obiettivi che fanno un Paese coeso e competitivo.

Rosario Cerra dal 2017 è Fondatore e Presidente del Centro Economia Digitale, realizzato grazie all’impegno del Preside della Facoltà di Economia della Sapienza Università di Roma prof. Giuseppe Ciccarone, del Preside della Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata prof. Giovanni Tria, del Direttore del Dipartimento di Economia dell’Università Roma Tre prof.ssa Silvia Terzi e del Direttore della Luiss Business School prof. Paolo Boccardelli. Fanno parte del CED alcune tra le più grandi corporation italiane e internazionali.

È, inoltre, Presidente del Gruppo I CAPITAL, si occupa di Strategie per l’Innovazione, delle relative Operation e della Finanza a supporto, per le organizzazioni complesse, dai più importanti gruppi industriali internazionali alle più rilevanti organizzazioni private e pubbliche. È nei Board di alcune delle più autorevoli organizzazioni italiane e internazionali, è docente di Economia e Strategie dell’Innovazione ed è autore e contributor sui temi dell’innovazione.

Ha pubblicato il “Libro Bianco Economia Digitale” (Ced 2020) che contiene 85 proposte di policy che identificano le priorità da affrontare, i settori e le tecnologie dove investire le risorse; e “Il Ruolo dell’innovazione e dell’alta Tecnologia In Italia nel confronto con il Contesto Internazionale” (Ced 2019) che contiene un’analisi econometrica originale volta a stimare l’impatto di un aumento della quota di valore aggiunto nei settori high-tech sul prodotto dell’economia nel suo complesso e sulla produttività oraria. Entrambi sono disponibili su www.centroeconomiadigitale.com.